Vita da “schiavo” alla Apple

06/08/2008 08:00 CET

di Fabio M. Zambelli

00000a_fotonews001David Walsh ha lavorato a Cupertino per 12 anni ma alla fine non ce l'ha fatta più a reggere il ritmo. Tecnica comune fin dai tempi del Macintosh, gli impiegati non vedevano le famiglie da settimane.

David Walsh ha lavorato a Cupertino per 12 anni ma alla fine non ce
l'ha fatta più a reggere il ritmo. Tecnica comune fin dai tempi del
Macintosh, gli impiegati non vedevano le famiglie da settimane.
 
L'ex ingegnere di rete di David Walsh ha fatto causa ad Apple, un anno dopo la sua uscita dall'azienda. La storia viene raccontata da InformationWeek.

04488b_cubicolisiliconvalley"Ci obbligavano a lavorare ben oltre le 40 ore settimanali, saltavamo i pranzi, dovevamo assicurare la reperibilità telefonica 24 ore su 24 anche al weekend e le chiamate arrivavano spesso dopo ore 23" si legge nei documenti depositati, ma "il bello" è che non solo tutto ciò veniva fatto con poco rispetto del lavoratore ma non veniva nemmeno adeguatamente retribuito, secondo quanto denuncia l'ex dipendente.
 
Sarebbero stati creati titoli fittizi solo per far credere che un "senior" davanti alla qualifica obbligasse il lavoratore sfondare il monte ore di lavoro senza lamentarsi.
 
Walsh ha lavorato a Cupertino tra il 1995 ed il 2007, una resistenza piuttosto incrollabile. Ma a tutto c'è un limite.
 
Non stupirà molti leggere di questa esperienza massacrante, non è mai stato fatto mistero che fin dai tempi del Macintosh del 1984 il team che ci lavorava doveva stare ore e ore in ufficio o in laboratorio, sostenuto solo da tanti litri di caffè, pur di raggiungere la realizzazione del progetto. Passano gli anni ma non le abitudini.
 
Più di recente non è raro sentire raccontare che anche durante le vacanze gli impiegati di Apple devono ritagliare qualche ora del giorno per lavorare e non lasciare "abbandonati" progetti in corso, che evidentemente non si possono fermare.
 
Sempre negli ultimi anni i Macworld Expo si concludono con una richiesta di applauso fatta da Steve Jobs per i responsabili di un certo prodotto o servizio, ai quali viene chiesto di alzarsi e mostrarsi davanti a tutti per il loro lavoro senza sosta. Se bastasse una standing ovation ed un attimo di gloria, ritagliato nell'anonimato più assoluto.
 
E' anche vero che l'obbligo di cartellino non esiste per una larga parte degli impiegati, certo un'arma a doppio taglio.
 
In passato altre aziende hi-tech sono state portate in tribunale per pratiche simili a quella raccontata, per esempio, IBM nel 2006 ha raggiunto un accordo con le parti pagando danni per 65 milioni di dollari e non andare ad un più grave giudizio.
 
La causa di Walsh può trasformarsi, secondo le leggi USA, in class action e, a quel punto, tutti gli impiegati di Apple potrebbero associarsi e creare un unico grosso problema all'azienda capitanata da Steve Jobs.
 
Secondo la rivista Fortune Apple non è nella lista delle 100 migliori compagnie dove lavorare.


setteB.IT – la settimana digitale vista dall'utente mac